.: ByronBradbury

…Stavano tutti parlando a sussurri, ora, perché era come mettere piede in una vasta biblioteca aperta a tutti, o in un mausoleo, ove abitasse il vento e su cui le stelle scintillavano. il capitano parlò in tono pacato. Si domandò dove l’intera popolazione fosse andata , e che specie di creature fossero state, e chi fossero stati i loro re e come fossero morte. E si chiese, sempre a voce pacata, come i marziani avessero costruito quella città, che durasse nei millenni, e se fossero mai venuti sulla Terra. Erano forse antenati da terrestri emigrati diecimila anni fa su Marte? E avevano amato e odiato gli stessi amori e gli stessi odi e fatto le stesse futili cose, quando bisognava fare cose futili?
Nessuno si mosse. Le lune sembravano tenerli là, inchiodati, raggelati; il vento li sfiorava discreto.

“Lord Byron ” disse Jeff Spender.
“Lord chi?” Il capitano si volse a guardarlo.
“Lord Byron, un poeta del XIX secolo. Scrisse dei versi moltissimo tempo fa , che si intonano a questa città e a quello che i marziani devono sentire, ammesso che ve ne sia ancora qualcuno capace di sentire. Potrebbero essere stati composti dall’ultimo poeta marziano.”

Gli uomini continuavano a rimanere immobili, le loro ombre sotto di loro.
Il capitano domandò: “Come sono questi versi, Spender?” Spender si mosse, tese la mano in avanti, come per ricordare, torse per un istante gli occhi; e infine, ricordando, la sua voce dolce e quieta recitò le parole; e gli uomini ascoltavano ora tutto quello che lui diceva:

Più non andremo vagando
tardi così nella notte
anche se il cuore sia amante
e la luna luminosa.

La città era gmielerigia, alta, immota. Le facce degli uomini erano rivolte verso la luce.

Perché la spada consuma il fodero
e l’anima il petto
e il cuore deve acquietarsi per riprender lena,
e lo stesso amore ha bisogno di riposo,

anche se la notte fu fatta per amare,
e il giorno torna troppo presto
più non andremo vagando
alla luce della luna.
Il mio pianeta Marte sta nelle profondità del miele. La società delle api, semplice, femminile, dolce e terribile, scava nelle profondità dei fiori per portare su corpi fragilissimi l’essenza del profumo che si fa crema.